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Image Coin vs token: come dovremmo classificare le criptovalute?

Coin vs token: come dovremmo classificare le criptovalute?

Timer7 minuti di lettura

Il lessico delle criptovalute è complesso. Dalle abbreviazioni (DeFi) agli acronimi (HODL) fino a termini di recente conio (tokenomics e yield farming), orientarsi richiede tempo. Due dei termini apparentemente più semplici sono coin e token, ma persino la comunità crypto contribuisce alla confusione utilizzandoli in modo intercambiabile.
Il modo più semplice per distinguere tra coin e token è capire come nascono: le blockchain di “layer 1” (L1) come Bitcoin ed Ethereum emettono coin, mentre i token derivano da progetti costruiti su queste blockchain. Tuttavia, le differenze vanno oltre la loro origine.

Quali sono le caratteristiche distintive delle coin?

Partiamo dai casi d’uso. Le coin fungono da valuta nativa dei rispettivi network, quindi svolgono la funzione di mezzo di scambio. Bitcoin (BTC), la prima criptovaluta, ne è l’esempio perfetto: il suo fondatore pseudonimo, Satoshi Nakamoto, ha progettato BTC come un “sistema di denaro elettronico peer-to-peer”, destinato a pagare servizi e a ricompensare economicamente i validatori della rete (i miner).

Sebbene molti investitori considerino Bitcoin come “oro digitale” per via della sua scarsità (Satoshi ha fissato un limite massimo di 21 milioni), il suo caso d’uso nativo resta quello di una valuta digitale. È il pilastro economico del suo ecosistema, poiché le coin vengono utilizzate anche per pagare le commissioni di transazione della rete.

I validatori delle blockchain — che siano miner (per Bitcoin, Litecoin o altre reti proof-of-work) o staker (per Ethereum, Solana, Polkadot, Tezos e Hyperliquid) — vengono ricompensati per il loro lavoro attraverso le commissioni di transazione. Ogni transazione che coinvolge uno smart contract su blockchain programmabili comporta una commissione, che gli utenti devono pagare nella coin nativa della blockchain.

Alcune delle altre coin con maggiore capitalizzazione di mercato, come XRP di Ripple e TRX di Tron, vengono anch’esse utilizzate come valute delle rispettive blockchain.

E i token?

I token hanno una gamma di funzionalità più ampia rispetto alle coin. Sono programmati utilizzando degli “standard”, ovvero insiemi di istruzioni specifici per ciascuna blockchain. Lo standard più diffuso è l’ERC-20 di Ethereum, che rende i token compatibili con i progetti e i wallet che operano sulla sua rete. Secondo lo scanner di blockchain Etherscan, esistono oltre 1,7 milioni di token ERC-20 (inclusi utility token e stablecoin, di cui parleremo più avanti). Un altro standard, l’ERC-721, ha aperto la strada ai token non fungibili (NFT), che rappresentano la proprietà digitale di un bene specifico, come un’opera d’arte. L’artista Beeple ha notoriamente messo all’asta nel marzo 2021 un NFT di Everydays: The First 5000 Days per 69 milioni di dollari.

Anche l’approccio all’emissione dei token è diverso. La maggior parte degli emittenti (fondazioni, aziende, startup, individui) conia l’intera offerta in un’unica soluzione e decide successivamente come distribuirla, ad esempio tra fondatori, investitori ed early adopter. I progetti utilizzano spesso questo processo per raccogliere capitali tramite l’equivalente crypto di una quotazione in borsa. Tuttavia, alcuni token — come le stablecoin (vedi sotto) — vengono coniati su richiesta, mentre altri sono inflazionistici (la loro offerta cresce nel tempo in base all’attività).

Ecco alcuni esempi di token che dimostrano la versatilità di questa categoria:

  • Utility token: sono asset digitali progettati per fornire accesso a un prodotto, servizio o funzionalità all’interno di una specifica applicazione blockchain. In termini pratici, un utility token è pensato per essere utilizzato, non detenuto per esercitare diritti. Un esempio è LINK, il token nativo di Chainlink, una rete di oracoli che collega le blockchain al mondo reale. Gli oracoli raccolgono e verificano i dati, quindi li integrano negli smart contract affinché possano eseguire le transazioni, ad esempio confermando l’esito di un evento per consentire a un mercato predittivo di regolare una scommessa. LINK viene utilizzato per pagare i servizi degli oracoli, ricompensare i fornitori di dati, partecipare alla governance del progetto (avendo voce in capitolo sul suo funzionamento) e per lo staking.

  • Stablecoin: sono criptovalute ancorate al valore di un altro asset, più comunemente una valuta fiat come il dollaro statunitense. Rappresentano una delle prime “killer app” della blockchain perché combinano stabilità con la velocità e i bassi costi delle crypto, per casi d’uso che includono pagamenti transfrontalieri più efficienti e prodotti di risparmio per i cittadini dei Paesi in via di sviluppo. Esiste un certo dibattito su come classificare le stablecoin, ma dato che la maggior parte è emessa da progetti costruiti su blockchain L1 (come Solana), le classifichiamo come token.

  • Asset del mondo reale tokenizzati (Real World Assets, RWA): sono token digitali che rappresentano asset del mondo reale, prevalentemente investimenti come strumenti finanziari (obbligazioni, azioni) o materie prime (oro). Standard come l’ERC-3643 hanno reso possibile la tokenizzazione, consentendo agli emittenti di programmare i token affinché seguano le stesse regole applicabili agli investimenti negli asset tradizionali.

In che modo la regolamentazione influenza queste definizioni?

Se si spera che le normative globali sulle criptovalute possano fare chiarezza, è bene prepararsi a rimanere delusi — e talvolta frustrati. Accade anzi il contrario: la molteplicità dei termini e la mancanza di coerenza contribuiscono ad aumentare la confusione.

  • Il regolamento europeo sui mercati delle cripto-attività (MiCA), uno dei pochi esempi di quadro normativo su misura, classifica le cripto-attività in tre categorie, ciascuna con i propri requisiti legali. Definisce gli e-money token come ancorati a una singola valuta fiat, mentre gli asset-referenced token possono essere collegati a più tipologie di collateral, come valute, materie prime o criptovalute. Tutto il resto rientra nella categoria delle “altre cripto-attività”.

  • Nel Regno Unito, la Financial Conduct Authority (FCA) classifica attualmente coin e token come “cryptoassets”. Tuttavia, ha proposto di modificare il Financial Services and Markets Act per creare tre nuove categorie: “qualifying cryptoassets”, un termine ombrello che copre la maggior parte delle cripto-attività; “qualifying stablecoins”; e “specified investment cryptoassets”, apparentemente pensata per classificare in modo specifico i RWA tokenizzati.

  • Gli Stati Uniti hanno adottato un approccio piuttosto ad hoc alla regolamentazione delle criptovalute. La Commodity Futures Trading Commission classifica BTC ed ETH come commodity (insieme a LTC, un’altra coin), mentre la Securities and Exchange Commission, fino a tempi relativamente recenti, ha citato in giudizio importanti exchange come Coinbase e Binance per aver facilitato la negoziazione di coin e token che riteneva dovessero essere classificati come titoli finanziari. Detto ciò, nell’estate del 2025 i legislatori statunitensi hanno approvato il GENIUS Act, un quadro normativo dedicato alle stablecoin.

Conclusione

Il principale criterio per distinguere tra coin e token è il loro caso d’uso e il modo in cui vengono emessi. Mentre la classificazione delle coin dovrebbe rimanere invariata, quella dei token potrebbe ampliarsi in modo significativo in futuro con l’aumento della tokenizzazione di asset e strumenti del mondo reale. Tuttavia, anche se può essere comodo utilizzare un unico termine per descrivere queste attività, è importante capire che svolgono funzioni molto diverse e non sono tutte uguali.

Comprendere queste differenze ti aiuterà a capire in cosa stai investendo e a prendere decisioni informate quando costruisci il tuo portafoglio crypto.

Pubblicato il26 Gen 2026

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