
Bitcoin o Ethereum: come si differenziano le blockchain
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Strategie e consigli pratici
Non tutte le blockchain sono uguali. Bitcoin ed Ethereum, i due nomi più conosciuti nel settore delle criptovalute, hanno degli scopi molto diversi. Nonostante il suo lancio come mezzo di scambio, molti investitori parlano di bitcoin (BTC) come oro digitale e questa criptovaluta si è diffusa come asset di tesoreria aziendale. Ethereum, invece, offre un’infrastruttura all’origine dell’ondata di innovazione che sta rivoluzionando vari settori tradizionali, in particolare i servizi finanziari. Questo articolo analizza nel dettaglio le differenze tra le due blockchain e spiega il motivo per cui gli investitori, quando creano un’allocazione in asset digitali diversificata, potrebbero valutare di esporsi a entrambi gli asset.
Perché sono state create
Per iniziare il nostro confronto, è opportuno tornare agli albori delle criptovalute, all’indomani della crisi finanziaria del 2008. Satoshi Nakamoto, la cui identità rimane ancora oggi un mistero, pubblica un libro bianco che descrive un sistema di pagamento peer-to-peer chiamato Bitcoin, che elimina il ricorso a intermediari per le transazioni.
Una delle principali sfide legate a una valuta decentralizzata è il problema della “doppia spesa”. Molte tipologie di contenuti digitali sono facilmente duplicabili, basti pensare al copia e incolla in un documento Word. Per questo motivo, Satoshi aveva bisogno di un meccanismo in grado di impedire alle persone di spendere le stesse monete due volte, un ruolo tradizionalmente ricoperto da autorità centrali come le banche. La sua soluzione è stata un registro decentralizzato, noto come blockchain. Si tratta di una tecnologia completamente trasparente perché l’intera storia di ogni transazione in BTC è consultabile dal pubblico, il che significa che nessuno può effettuare una doppia spesa e farla franca.
Satoshi ha elaborato la prima transazione all’inizio del 2009, ma un giovane sviluppatore russo di nome Vitalik Buterin credeva che il potenziale della tecnologia blockchain andasse ben oltre l’utilizzo come mezzo di scambio. Nel 2015 è diventato il cofondatore di Ethereum, che ha introdotto il concetto di smart contract, un programma che viene eseguito automaticamente al verificarsi di determinate condizioni (un po’ come un distributore automatico). Gli smart contract hanno aperto la strada a una nuova generazione di applicazioni decentralizzate (dApp), che hanno causato il più grande stravolgimento nel settore finanziario offrendo accesso senza permessi a una serie di servizi, tra cui prestiti e negoziazione. A ottobre 2025, gli utenti hanno versato 168 miliardi di dollari nelle app di finanza decentralizzata (DeFi).
Riassumendo, BTC è un denaro digitale, mentre Ethereum è un “computer mondiale”, usando le parole di Vitalik il quale, come Satoshi, è talmente famoso nel mondo cripto da essere conosciuto solo per il nome.
Come funzionano: consenso e tecnologia
Come abbiamo già accennato, le blockchain eliminano la necessità di ricorrere a un’autorità centrale. Scopriamo ora in che modo i diversi meccanismi di consenso di Bitcoin ed Ethereum garantiscono che tutta la rete sia d’accordo sulla registrazione delle transazioni e che tutti i partecipanti rispettino le regole.
Bitcoin utilizza il Proof of Work (PoW), che richiede ai partecipanti, noti come miner, di risolvere problemi matematici complessi per guadagnarsi il diritto di elaborare il prossimo gruppo di transazioni. In cambio ricevono ricompense di blocco sotto forma di BTC appena coniati, che rappresentano il modo principale per mettere in circolazione nuove monete.
Ethereum utilizzava inizialmente un meccanismo PoW, ma è passata al Proof of Stake (PoS) nel 2022, un evento soprannominato “il Merge” dalla comunità cripto. Il PoS richiede ai partecipanti, chiamati validatori, di depositare o mettere in “staking” ether, il token nativo di Ethereum, in uno smart contract. La rete, poi, sceglie in maniera casuale quale validatore potrà elaborare le transazioni. I comportamenti disonesti sono puniti con la confisca dei fondi in staking.
Il PoW è spesso oggetto di critiche a causa della quantità di potenza di calcolo necessaria per risolvere questi problemi matematici: più del consumo di energia annuale della Tailandia, secondo l’Università di Cambridge (a ottobre 2025). Detto questo, sono emerse numerose iniziative per diversificare le fonti di energia dei miner. Il PoS, al contrario, è più rispettoso dell’ambiente: il Merge ha ridotto il consumo di energia di Ethereum del 99,95%.
Politiche monetarie, casi d’uso e applicazioni
Anche le politiche monetarie di Bitcoin ed Ethereum si differenziano, il che si riflette nei loro casi d’uso.
Bitcoin ha un hard cap di 21 milioni di monete, il 95% delle quali è già in circolazione. Questa scarsità è mantenuta dai cosiddetti “halving” che avvengono ogni quattro anni, quando le ricompense dei miner vengono dimezzate, rendendo sempre più difficile ottenere nuovi BTC.
Ethereum adotta un approccio diverso. Sebbene non abbia un’offerta massima, utilizza un meccanismo che “brucia”, ovvero distrugge in maniera permanente, ETH a ogni transazione. Dall’aggiornamento del 2021 (EIP-1559) una parte delle commissioni di transazione viene rimossa dalla circolazione per sempre.
Il risultato? La scarsità di Bitcoin è assoluta e programmata, quella di Ethereum è dinamica e guidata dalla domanda.
Per quanto riguarda i casi d’uso, Ethereum è alla base di un’economia digitale ampia e misurabile: i trasferimenti di stablecoin superano regolarmente centinaia di miliardi di dollari al mese, gli exchange decentralizzati generano entrate significative dalle commissioni ed esiste una base crescente di applicazioni on-chain che comprendono la tokenization di asset reali, i servizi finanziari (prestiti) e i pagamenti.
Adozione istituzionale
Gli investitori istituzionali, come gestori di asset e fondi pensione, sono tra i principali catalizzatori di Bitcoin, adottato in misura maggiore rispetto a ETH a causa della sua longevità e maggiore liquidity.
L’approvazione degli ETF spot su bitcoin da parte della Securities and Exchange Commission (SEC) statunitense all’inizio del 2024 ha rappresentato una tappa fondamentale per l’industria crypto. Da allora, i capitali sono affluiti in questi prodotti: le masse in gestione (AUM) negli Stati Uniti ammontano a 120 miliardi di dollari al 31 dicembre 2025, e a 174 miliardi di dollari a livello globale, a dimostrazione della domanda latente di esposizione alle criptovalute. Anche le società stanno utilizzando BTC per diversificare le proprie riserve, guidate da Strategy, uno sviluppatore software quotato in borsa trasformatosi in una società di tesoreria in Bitcoin, che ha acquisito oltre 687.000 BTC (al 31 dicembre 2025). Questa tendenza riflette un cambiamento nella gestione delle tesorerie aziendali, in cui Bitcoin è sempre più considerato una copertura contro la svalutazione monetaria e un modo per diversificare rispetto alle tradizionali disponibilità liquide. Nel loro insieme, questi sviluppi segnano un’evoluzione cruciale: Bitcoin non è più soltanto un asset speculativo, ma uno strumento finanziario mainstream, integrato nei portafogli e nei bilanci dell’America istituzionale. È importante sottolineare che questo slancio non è più confinato al settore privato. Un numero limitato di governi nazionali sta iniziando a esplorare o adottare Bitcoin come parte della propria strategia di riserve sovrane. «Più recentemente, la Casa Bianca degli Stati Uniti ha istituito una Riserva Strategica di Bitcoin; anche diversi Stati americani stanno esplorando questa possibilità. In Europa, il Lussemburgo ha annunciato nel 2025 che avrebbe allocato fino all’1% dei propri fondi in ETF su Bitcoin, mentre la banca centrale ceca ha acquistato un importo modesto ma simbolico di 1 milione di dollari in asset digitali».
Tuttavia, Ethereum sta recuperando terreno. La SEC ha approvato gli ETF spot su ether nell’estate del 2024 (18 miliardi di dollari di AUM al 31 dicembre 2025), e sono emerse anche diverse società di tesoreria in Ether, guidate dall’imprenditore Tom Lee con Bitmine Immersion Technologies (4,1 milioni di token ETH detenuti in tesoreria, per un valore di 12 miliardi di dollari, al 31 dicembre 2025). Le maggiori opportunità istituzionali per Ethereum potrebbero però derivare dalla tokenizzazione degli asset del mondo reale (RWA) e dall’utilizzo delle stablecoin.
Bitcoin ed Ethereum: complementari, non in contrasto
Oltre a trattarsi di registri digitali ed essere percepiti come “criptovalute”, Bitcoin ed Ethereum non hanno quasi nulla in comune. È anche per questo motivo che i loro token funzionano come asset complementari. Bitcoin è unico perché, diversamente da tutte le altre criptovalute, il suo creatore rimane anonimo. Questo anonimato fa sì che gli stakeholder debbano affidarsi al consenso sociale per far rispettare le regole e implementare eventuali modifiche al protocollo.
I fondatori di Ethereum, al contrario, sono identificabili, primo fra tutti Vitalik Buterin, insieme ad altri come Joseph Lubin (CEO di ConsenSys) e la Ethereum Foundation, che continuano a svolgere un ruolo importante nel suo sviluppo.
Nonostante queste differenze, ciascuna rete offre esposizione a fonti di valore distinte all’interno dell’ecosistema delle criptovalute: BTC come valore digitale, ETH come infrastruttura programmabile per la finanza digitale. BTC potrà anche avere un vantaggio dal punto di vista dell’adozione istituzionale, ma i casi d’uso innovativi di Ethereum stanno aiutando la rete a colmare il divario.
Così come gli investitori differenziano le proprie quote azionarie tra settori e regioni, alcuni destinano risorse a entrambi gli asset per ottenere esposizione a diverse parti dell’ecosistema degli asset digitali.
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